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Kaisu Coffee
Un torrefattore che smette di gridare e comincia a spiegare.

Kaisu tosta caffè di singola origine a Bergamo dal 2014. In dieci anni è passata da tre bar a settanta clienti fra locali e negozi, senza cambiare una virgola del modo in cui si presenta.
Il mercato nel frattempo si era riempito di marche che dicevano tutte le stesse cose con la stessa grafica: fondo scuro, foto di chicchi, parole come "eccellenza" e "passione".
Il problema non era la notorietà: era che nessuno sapeva ripetere cosa distinguesse Kaisu. I baristi vendevano il caffè a memoria, e ogni volta con parole diverse.
Serviva un sistema che facesse dire la stessa cosa a un sacchetto da 250 grammi, a un listino all’ingrosso e a una persona dietro il banco.
Abbiamo tolto prima di aggiungere. Fuori le fotografie di chicchi, fuori il gergo da degustazione, fuori i sei caratteri tipografici accumulati negli anni.
Al loro posto un solo alfabeto, una griglia stretta e una regola: ogni confezione dichiara altitudine, varietà, tostatura e data, nello stesso ordine, sempre. Il resto è spazio bianco.
La torrefazione cambia origine ogni sei settimane. Un packaging disegnato caso per caso sarebbe morto in un anno, quindi abbiamo progettato la griglia e lasciato che fossero i dati a comporla.
Il risultato è che una nuova origine si mette in produzione in mezza giornata, senza passare da noi. È stata la richiesta più esplicita del cliente e la parte di lavoro che si vede meno.

Abbiamo scritto due pagine per i baristi: cosa dire in dieci secondi, cosa dire in un minuto, cosa non dire mai. Nessun manuale di marca, nessun moodboard.
Sei mesi dopo il lancio, il novanta per cento dei nuovi clienti all’ingrosso cita la stessa frase quando spiega perché ha scelto Kaisu.
Ci hanno tolto metà delle parole che usavamo e il fatturato è salito. Non me lo aspettavo in quest’ordine.

